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3 giugno 2019
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Biologico e metodiche tradizionali a confronto: cosa dicono gli studi di Nature

Secondo uno studio della Chalmers University of Technology, pubblicato sulla rivista Nature (*), i cibi biologici hanno un impatto climatico maggiore rispetto ai prodotti coltivati ​​convenzionalmente, a causa del necessario utilizzo di aree di terreno più vaste.

I ricercatori, per valutare l’impatto sul clima della stessa quantità di prodotti biologici e convenzionali, assieme agli altri fattori, hanno preso in considerazione anche la “quantità” di suolo necessario per la loro produzione.

Lo studio mostra che i prodotti biologici, ad esempio, i piselli e il frumento, hanno un impatto climatico maggiore, rispettivamente del 50% e del 70%, rispetto alla loro controparte coltivata ​​convenzionalmente. 

Il motivo per cui il cibo biologico ha un impatto peggiore sul clima è dovuto al fatto che le rese per ettaro sono molto più basse, soprattutto perché non vengono utilizzati i fertilizzanti. Per produrre la stessa quantità di cibo biologico si necessita, così, di aree coltivabili più grandi. Un utilizzo maggiore del suolo nell'agricoltura biologica porta indirettamente a maggiori emissioni di anidride carbonica grazie alla deforestazione.

Lo sfruttamento delle foreste porta all’intensificarsi dell’effetto serra. Le piante e gli alberi, mediante il processo di fotosintesi clorofilliana, trasformano l’anidride carbonica presente nell’atmosfera in ossigeno: la deforestazione quindi determina un aumento di CO2 e di conseguenza un acuirsi dell’effetto serra e del surriscaldamento globale.

Anche la produzione biologica di carne e di prodotti caseari ha un impatto peggiore per il clima in quanto si utilizzano mangimi biologici che a loro volta richiedono più terra per essere prodotti. Quindi è possibile applicare i risultati sull’agricoltura biologica anche alle carni e ai prodotti caseari bio, anche se non sono stati ancora fatti calcoli specifici in merito.

Va ricordato inoltre che la produzione alimentare mondiale è regolata dal commercio internazionale, quindi il modo in cui alleviamo in Europa influenza la deforestazione ai tropici. Se usiamo più terra per la stessa quantità di cibo, contribuiamo indirettamente a una maggiore deforestazione in altre parti del mondo.

I ricercatori hanno sviluppato una nuova metrica, chiamata "costo di opportunità del carbonio", per valutare l’effetto che ha l’utilizzo di aree coltivabili per gli alimenti bio e quelli convenzionali.

Il costo di opportunità del carbonio (COC) viene calcolato usando due metodi. Nel primo, chiamato anche metodo di “perdita di carbonio”, il COC è uguale al rapporto della perdita totale del carbonio (rilasciato poi come CO2 come effetto della deforestazione) da piante e suolo associato alla produzione di un alimento diviso per la produzione globale di quel cibo ed espresso in chilogrammi di CO2 per chilogrammo di prodotto. Per la carne e i prodotti caseari, il COC è uguale alla somma dei COC dei mangimi necessari per produrlo.

Il secondo metodo è quello del "guadagno di carbonio", in cui è stata stimata la quantità di CO2 che potrebbe essere sequestrata annualmente se la terra utilizzata per produrre un chilogrammo di ciascun alimento a livello mondiale fosse invece destinata alla riforestazione. 

Dallo stesso studio emerge che anche la produzione di biocarburanti è dannosa per il clima perché richiede vaste aree di terreno per la coltivazione. I comuni biocarburanti (etanolo da grano, canna da zucchero e mais, biodiesel da olio di palma, colza e soia), hanno un “costo di opportunità del carbonio” maggiore rispetto alle emissioni da combustibili fossili e diesel. Per quello che riguarda invece i biocarburanti provenienti dall’incenerimento dei rifiuti, dallo studio emerge che il loro COC è basso e risultano poco impattanti sul clima.


(*) https://www.nature.com/articles/s41586-018-0757-z

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